Internet. Problemi aperti in forma di paradosso




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Sana19.03.2017
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Internet. Problemi aperti in forma di paradosso.
L’utilizzo della rete presenta alcune problematicità, che esprimeremo in forma di paradosso cercando di illuminarne le ambivalenze.

  1. Internet gratis. Si può formulare in tre modi complementari.

Chi paga ?

Internet è il risultato di attività industriali che hanno un rilievo economico, i prodotti e i servizi di Internet presentano dei costi di realizzazione che devono trovare una contropartita. Fino ad ora si è innescata una catena che fornisce molti servizi gratuitamente e incentiva l’uso della rete legando il numero degli accessi con una rendita pubblicitaria e con una valorizzazione in borsa delle azioni dell’azienda erogatrice dei servizi. Si è così prodotta una sorta di economia virtuale, che non può alimentarsi all’infinito. Ad un certo punto (e si colgono già segnali in questa direzione) si ritornerà inevitabilmente al principio che paga chi vuole ottenere una prestazione, ed allora l’importanza di Internet si accentrerà sulla qualità dei contenuti (cioè sulla sostanza e sulla forma o linguaggio) di ciò che Internet permette di comunicare. Già adesso il problema si pone, se solo lo 0,01% del contenuto della rete interessa al generico utente (mentre le pagine aumentano vertiginosamente di numero, la significatività scende di un fattore dieci in pochi mesi).

Quando sarà evidente che i costi di Internet sono pagati dagli utenti, ci si potrà chiedere:

Chi guadagna?

Dato che si verificherà spesso che chi vende Internet proporrà contenuti che non gli appartengono. Internet è il veicolo principale che mette in circolo le conoscenze; nell’era della conoscenza il valore delle cose non sta nella proprietà, ma nella fruibilità. Certo va trovato un equilibrio (giuridico ed economico) tra il diritto di chi è proprietario di un bene e il diritto di trasmetterne e di acquisirne le conoscenze.

Nello svolgersi su Internet di transazioni che hanno rilievo economico, con prezzi di costo e di acquisto, occorre chiedersi:

Chi tassa ?

Cioè chi esercita il diritto di riscuotere con le tasse un prezzo a favore della collettività, esercitando una redistribuzione della ricchezza prodotta? Il problema credo stia assumendo proporzioni vistose nell’area delle operazioni finanziarie on-line, tanto che il premio Nobel Tobin ha proposto una tassa su di esse. Anche le iniziative annunciate dalla Carta di Okinawa suggeriscono una tassa da applicare ad ogni byte trasferito in rete, per finanziare gli interventi nelle aree non sviluppate del pianeta. Ma quale autorità deve applicare la tassa, se gli utenti accedono a servizi prodotti da aziende in altre parti del mondo ed ospitati da fornitori su server dislocati in chissà quale altro Paese?

Si giunge così al secondo paradosso.


  1. Il paradosso di Internet democratica.

Si sostiene spesso che Internet rappresenta uno strumento tecnologico che offre opportunità a basso costo, e quindi facilmente accessibile. Abbiamo già visto che non è vero a livello mondiale (l’ 88% degli utenti di Internet appartiene alle classi colte dei Paesi industrializzati), ma occorre notare che neppure negli Stati Uniti è così: il quarto di popolazione più abbiente utilizza Internet per l’83%, mentre solo il 35% (!!) del quarto di popolazione più povero usa la rete.

Se non è per tutti, si può supporre che la democraticità di Internet stia nella sua pariteticità: nella rete tutti gli utenti sono sullo stesso piano. In realtà neppure questo è vero, perché la tecnologia informatica è per sua natura selettiva. Si può affermare che essa aiuta chi sa, a fare meglio quel che sa. In altre parole, anche per Internet si constata la necessità di un bagaglio minimo di competenze, senza le quali non si riescono a sfruttare le potenzialità dello strumento.

Forse allora Internet è democratica perché non ci sono luoghi di controllo, ognuno ha gli stessi diritti e doveri. Certo Internet tende a rafforzare l’individualismo; in questo senso Internet rischia di scivolare facilmente verso chine di totale anarchia, nei soli limiti fissati dal mezzo tecnologico. Ma questa accezione è entrata in crisi da quando la rete ospita attività criminali incontrollate, purtroppo ben presenti all’attenzione di tutti i giorni (speculazioni finanziarie e riciclaggio di proventi criminosi, pedofilia, incitamento alla violenza xenofoba e razzista, diffusione di virus digitali e danneggiamento delle risorse in rete). Come controllare e reprimere, senza rinunciare agli spazi di individualismo soggettivo ? E d’altra parte, come già accennato, lo strumento tecnico già adesso viola la privacy dei navigatori mantenendo traccia dei siti visitati, delle pagine a cui si fa accesso, dei tempi di permanenza, mentre peraltro si considera con indulgenza, spesso, l’abuso della proprietà intellettuale altrui in nome del diritto alla conoscenza, o la violazione piratesca considerata quasi una forma di riscatto dell’individuo nei confronti dell’organizzazione, quale essa sia. Forse si può concludere che Internet non è democratica, perché non tutela positivamente i diritti e non garantisce il rispetto dei doveri.



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