Alcuni dati statistici sull’hate speech in Italia




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Sana19.03.2017
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Il contesto
Come evidenzia il rapporto ECRI sull’Italia (2012), il dibattito politico e culturale italiano negli ultimi anni risulta sempre più spesso impregnato di contenuti xenofobi e razzisti, che trovano terreno particolarmente fertile, da un lato, nel lungo ciclo di crisi economica e finanziaria che amplia progressivamente le disuguaglianze sociali, e con esse lo scontento, l’intolleranza e la ricerca del capro espiatorio, e, dall’altro lato, nella critica gestione degli afflussi migratori degli ultimi anni, attorno a cui ruota la propaganda elettorale tanto italiana quanto europea, svelando in entrambi i casi le pulsioni nazionaliste, xenofobe e populiste.
Da oltre vent’anni in Italia si assiste a una continuità delle pratiche discriminatorie e razziste, in una riproduzione costante di quel rapporto di circolarità e reciproco influenzamento tra razzismo politico-istituzionale, mediatico e sociale. Figure istituzionali e politiche si fanno frequentemente autrici, per lo più impunite, di messaggi razzisti e xenofobi, sempre più spesso utilizzando i social network come canale primario di diffusione, e trovando nei mass media la possibilità di diffondere e legittimare tali contenuti come discorso pubblico normale, spesso appellandosi alla libertà di espressione.
Da parte loro, i tradizionali mezzi di comunicazione hanno un ruolo ancora centrale nell’orientare la rappresentazione della realtà e nell’influenzare considerevolmente il dibattito pubblico: è l’ecosistema dell’informazione mainstream, dove spesso le notizie non sono diffuse in modo obiettivo, documentato e ponderato, il luogo dove idee e opinioni stigmatizzanti maturano prima di diffondersi attraverso i social network.
Discorso politico e discorso mediatico si contaminano reciprocamente, rimbalzando pregiudizi e stigmi; oggi ciò avviene in maniera più rapida e agevole che in passato, grazie alla rete e soprattutto ai social network. Questi ultimi, in particolare, offrono la possibilità di stabilire un rapporto più diretto e immediato tra i rappresentanti politico-istituzionali, i singoli cittadini e gli operatori dell’informazione: in tal modo, rischiano di enfatizzare e accelerare la già citata propagazione circolare del razzismo.
Quello tra hate speech e libertà di espressione è un confine ambiguo che suscita ampi dibattiti in Europa. Non si può negare che le caratteristiche di Internet (e in particolare dei social media) tendono a farne una straordinaria cassa di risonanza, anche dei contenuti d’odio: in primo luogo, la rete produce un filtro spersonalizzante con la realtà, portando a rendere immediatamente “pubblici” atti e comportamenti individuali, una volta confinati negli spazi e nelle reti di relazione personali, e favorendo una sensazione di anonimato e impunità, che nella maggior parte dei casi è illusoria. Altre caratteristiche distintive sono l’immediatezza, la pervasività e diffusività dei contenuti, l’amplificazione del messaggio, la sua replicabilità (tra più utenti, su più piattaforme), la sua validazione sociale (attraverso i “like” su Facebook o le condivisioni), la sua persistenza in rete e le limitazioni al diritto all’oblio. Non va infatti sottovalutata la facilità con cui i siti internet che diffondono contenuti illeciti spesso si sottraggono ai provvedimenti sanzionatori delle autorità nazionali, venendo ospitati su server che risiedono in Paesi stranieri dove vigono giurisdizioni più tolleranti, come negli Stati Uniti.
Il confine tra online e offline diviene sempre più labile e l’impatto che l’uno genera sull’altro viene spesso sottovalutato. La rete fa parte della vita reale e c’è un processo circolare di reciproca contaminazione e alimentazione tra i due ambiti: in un contesto culturale e sociale in cui il sentimento di intolleranza è molto diffuso, è facile che questo si rifletta sulla rete e viceversa. E’ dunque necessario tener presente che l’hate speech online è una manifestazione di un fenomeno più ampio, presente nel dibattito politico/pubblico in generale: i discorsi d’odio trovano spazio nella vita pubblica quotidiana, attraverso varie forme e strumenti, compresi la rete e i social network.


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