• Il progetto PRISM e l’indagine condotta da Cittalia
  • Alcuni dati statistici sull’hate speech in Italia




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    Sana19.03.2017
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    Alcuni dati statistici sull’hate speech in Italia1
    Stando ai dati relativi alle segnalazioni di casi di discriminazione ricevute dall’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (UNAR), nel 2013 per la prima volta le discriminazioni on line hanno superato quelle registrate nell’ambito della vita pubblica e l’ambiente lavorativo: più di un quarto dei casi rilevati o segnalati (26,2%) si riferisce ai mass media (contro il 16,8% del 2012). In termini assoluti, si parla di 354 casi di discriminazione avvenuti nell’ambito dei media, la maggior parte dei quali sono riferibili ai social network2. Nel 2014, l’UNAR ha registrato 347 casi di espressioni razziste sui social, di cui 185 (oltre il 50%) su Facebook, le altre su Twitter e Youtube. A queste se ne aggiungono altre 326 nei link che le rilanciano, per un totale di quasi 700 episodi di intolleranza3.
    Per quanto riguarda l’attività dell’OSCAD, l’Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori del Ministero dell’Interno, dalla primavera 2011 al 10 gennaio 2014 ha ricevuto 150 segnalazioni relative a siti e profili internet con contenuti discriminatori e di incitamento all’odio (23% delle segnalazioni totali). Solo nell’ultimo periodo, dal 1 giugno al 31 dicembre 2013, l’OSCAD ha raccolto 65 segnalazioni (28%) riguardo al web4.
    Una ricerca coordinata dall’Unione forense per la tutela dei diritti umani5 (2012), attesta un “preoccupante incremento dei fenomeni di incitamento all’odio razziale legati ai discorsi politici e ai media, specialmente nei confronti di rom e sinti, nonché un incremento del razzismo diffuso attraverso i nuovi canali, quali Internet e social network”. Conclusioni analoghe provengono dal rapporto sull’antiziganismo dell’Osservatorio 21 luglio (2014): nel periodo dal 16 maggio 2013 al 15 maggio 2014 sono stati rilevati 241 casi di discriminazione e/o incitamento all’odio, con una media di circa 1 episodio ogni due giorni. Di questi, il 48% proviene dai quotidiani online e il 39% da quotidiani. Nel 72% dei casi l’autore era un esponente politico o amministratore locale, nel 18% un giornalista. Nel 28% dei casi, l’autore è stato un esponente della Lega Nord; seguono Forza Nuova (10%) e il Popolo della Libertà (9%). Tra i casi di informazione scorretta, il rapporto cita articoli sia delle più influenti testate giornalistiche a livello nazionale (Corriere della Sera, La Repubblica, Il Messaggero), sia di numerosi giornali di informazione locale.
    Secondo i dati forniti dal consigliere sulla sicurezza informatica del Ministero dell’Interno, nel 2009 i siti e i gruppi di discussione di natura razzista scoperti dalla Polizia sono stati 1.200, rispetto agli 800 dell’anno precedente6. Più recentemente, Caiani e Parenti (2013) hanno stimato che vi siano circa cento organizzazioni di estrema destra che hanno siti attivi su internet, un terzo delle quali è legato ad altre realtà internazionali.
    Il contesto
    Come evidenzia il rapporto ECRI sull’Italia (2012), il dibattito politico e culturale italiano negli ultimi anni risulta sempre più spesso impregnato di contenuti xenofobi e razzisti, che trovano terreno particolarmente fertile, da un lato, nel lungo ciclo di crisi economica e finanziaria che amplia progressivamente le disuguaglianze sociali, e con esse lo scontento, l’intolleranza e la ricerca del capro espiatorio, e, dall’altro lato, nella critica gestione degli afflussi migratori degli ultimi anni, attorno a cui ruota la propaganda elettorale tanto italiana quanto europea, svelando in entrambi i casi le pulsioni nazionaliste, xenofobe e populiste.
    Da oltre vent’anni in Italia si assiste a una continuità delle pratiche discriminatorie e razziste, in una riproduzione costante di quel rapporto di circolarità e reciproco influenzamento tra razzismo politico-istituzionale, mediatico e sociale. Figure istituzionali e politiche si fanno frequentemente autrici, per lo più impunite, di messaggi razzisti e xenofobi, sempre più spesso utilizzando i social network come canale primario di diffusione, e trovando nei mass media la possibilità di diffondere e legittimare tali contenuti come discorso pubblico normale, spesso appellandosi alla libertà di espressione.
    Da parte loro, i tradizionali mezzi di comunicazione hanno un ruolo ancora centrale nell’orientare la rappresentazione della realtà e nell’influenzare considerevolmente il dibattito pubblico: è l’ecosistema dell’informazione mainstream, dove spesso le notizie non sono diffuse in modo obiettivo, documentato e ponderato, il luogo dove idee e opinioni stigmatizzanti maturano prima di diffondersi attraverso i social network.
    Discorso politico e discorso mediatico si contaminano reciprocamente, rimbalzando pregiudizi e stigmi; oggi ciò avviene in maniera più rapida e agevole che in passato, grazie alla rete e soprattutto ai social network. Questi ultimi, in particolare, offrono la possibilità di stabilire un rapporto più diretto e immediato tra i rappresentanti politico-istituzionali, i singoli cittadini e gli operatori dell’informazione: in tal modo, rischiano di enfatizzare e accelerare la già citata propagazione circolare del razzismo.
    Quello tra hate speech e libertà di espressione è un confine ambiguo che suscita ampi dibattiti in Europa. Non si può negare che le caratteristiche di Internet (e in particolare dei social media) tendono a farne una straordinaria cassa di risonanza, anche dei contenuti d’odio: in primo luogo, la rete produce un filtro spersonalizzante con la realtà, portando a rendere immediatamente “pubblici” atti e comportamenti individuali, una volta confinati negli spazi e nelle reti di relazione personali, e favorendo una sensazione di anonimato e impunità, che nella maggior parte dei casi è illusoria. Altre caratteristiche distintive sono l’immediatezza, la pervasività e diffusività dei contenuti, l’amplificazione del messaggio, la sua replicabilità (tra più utenti, su più piattaforme), la sua validazione sociale (attraverso i “like” su Facebook o le condivisioni), la sua persistenza in rete e le limitazioni al diritto all’oblio. Non va infatti sottovalutata la facilità con cui i siti internet che diffondono contenuti illeciti spesso si sottraggono ai provvedimenti sanzionatori delle autorità nazionali, venendo ospitati su server che risiedono in Paesi stranieri dove vigono giurisdizioni più tolleranti, come negli Stati Uniti.
    Il confine tra online e offline diviene sempre più labile e l’impatto che l’uno genera sull’altro viene spesso sottovalutato. La rete fa parte della vita reale e c’è un processo circolare di reciproca contaminazione e alimentazione tra i due ambiti: in un contesto culturale e sociale in cui il sentimento di intolleranza è molto diffuso, è facile che questo si rifletta sulla rete e viceversa. E’ dunque necessario tener presente che l’hate speech online è una manifestazione di un fenomeno più ampio, presente nel dibattito politico/pubblico in generale: i discorsi d’odio trovano spazio nella vita pubblica quotidiana, attraverso varie forme e strumenti, compresi la rete e i social network.
    Il progetto PRISM e l’indagine condotta da Cittalia
    Su questo tema è incentrato il progetto PRISM, dedicato alla lotta contro la diffusione della discriminazione sui nuovi media e sui social network. Cittalia, in qualità di Fondazione ricerche dell'ANCI, è attiva nello studio di possibili strategie di contrasto a tale tipologia di fenomeni nell'ambito del progetto, che vede impegnati 12 partner tra università, associazioni e Ong provenienti da cinque paesi diversi (Italia, Francia, Spagna, Romania, Gran Bretagna), con l'ARCI come capofila. Il progetto si propone di individuare e implementare strategie e azioni che puntano alla sensibilizzazione, all’informazione e alla disseminazione, al fine di aumentare il numero di segnalazioni e denunce, per promuovere un uso più consapevole del linguaggio e per ridurre l’uso e l’impatto dell’hate speech.
    Nell’ambito del progetto, Cittalia ha svolto una ricerca che ha previsto, da un lato, 27 interviste in profondità a giovani migranti potenziali vittime di hate speech e a testimoni privilegiati (esperti e professionisti che a vario livello si occupano del fenomeno), dall’altro lato, una mappatura delle pagine e dei profili di social media relativi a 5 gruppi/organizzazioni/partiti politici che si sono contraddistinti per l’elevata capacità di diffondere i discorsi di incitamento all’odio, per l’ampia influenza, sia nella vita politica/pubblica, sia in rete, nonché per l’attiva presenza sui social network. I gruppi individuati sono Lega Nord, CasaPound Italia, Forza Nuova, Resistenza Nazionale (sito di “controinformazione” xenofobo e razzista) e Losai.eu (network di siti web gestiti da giovani cattolici estremisti).
    In base a quanto emerso dalla mappatura condotta, l’incitamento all’odio sembra vertere più sulle tradizionali parole chiave della retorica populista e delle nuove destre (“popolo”, “sovranità”, “italiani”, “immigrati”), che su parole marcatamente d’odio (la parola più radicale in tal senso è quella formata dall’hashtag #stopinvasione): l’hate speech appare cioè condotto attraverso strategie retoriche e discorsive che non si esplicitano attraverso parole apertamente violente e illecite; è ipotizzabile che ciò sia determinato dalla necessità di non incorrere in sanzioni penali e di mantenersi nell’ordinarietà e nella comune accettabilità delle retoriche populiste all’interno del dibattito pubblico.
    Gli stessi canali di denuncia, che pure sono già a disposizione delle vittime o di coloro che volessero segnalare casi alle autorità (UNAR, Polizia Postale e delle Comunicazioni e OSCAD), sono poco conosciuti e utilizzati. Per quanto riguarda l’autoregolamentazione delle piattaforme di social network e le modalità di segnalazione, nel corso dell’indagine si è rilevata soprattutto tra i giovani una scarsissima fiducia nella loro efficacia: l’atteggiamento prevalente è quello di rassegnazione di fronte agli episodi in cui incorrono. Va però anche sottolineato che la stragrande maggioranza dei giovani intervistati non ha mai ricevuto informazioni sul tema, né a scuola, né all’università o sui luoghi di lavoro.
    Molti professionisti intervistati hanno fatto presente il rischio che la rete possa contribuire alla radicalizzazione del dibattito. Tuttavia, rimane incerto se tale radicalizzazione tenda a limitarsi al piano simbolico e del discorso (quello che viene definito un “attivismo da tastiera”), o se il rischio di trasporsi in un’azione reale costituisca una minaccia concreta e non insolita, com’è ad esempio avvenuto nel caso di Stormfront Italia, che ha portato all’arresto di alcuni membri del gruppo.
    Non si può tuttavia combattere un fenomeno estraniandolo dal contesto. Il dibattito sugli effetti e le “responsabilità” dei new media non deve trascurare la normalizzazione e la legittimazione dei discorsi d’odio tramite i tradizionali mass media e la quotidiana propaganda politica. D’altro canto, la sanzione penale è uno strumento importante, ma solo uno degli strumenti a cui ricorrere. Ciò che emerge dall’indagine condotta da Cittalia nell’ambito del Progetto PRISM è che sia i giovani sia i professionisti e gli esperti che a vario livello si occupano di tale tematica concordano sull’importanza di applicare in maniera più rigorosa ed efficace gli strumenti normativi e giuridici esistenti, ma al contempo vi è la consapevolezza che questi di per sé non siano sufficienti a contrastare fenomeni complessi come i reati di hate speech: essi esigono infatti una costante battaglia etica, culturale e politica, da parte di tutti gli attori sociali, mirata a creare nella società gli anticorpi capaci di contrastare e limitare considerevolmente il fenomeno.
    Si ritiene necessario l’affermarsi di una diversa attitudine culturale che coinvolga l’insieme della società: dai singoli individui, dai politici agli insegnanti, ai professionisti dell’informazione fino all’insieme dell’opinione pubblica. A tal fine, è opportuno attivare percorsi di responsabilizzazione per rendere tutti i soggetti (sia quelli istituzionali sia quelli della società civile) in grado di attivarsi per contrastare il fenomeno con attività di informazione e sensibilizzazione, ma anche per incentivare e sostenere azioni di difesa e di tutela delle vittime. In particolare, va sottolineata l’esigenza di una maggiore sensibilizzazione sul tema e di formazione ad un uso più consapevole ed “etico” di internet, a partire dalle scuole, così come risulta importante promuovere, a livello nazionale e internazionale, una collaborazione più proficua con i provider.

    1 Una rappresentazione statistica dell’hate speech è particolarmente difficile da realizzare, dato l’ampia tendenza all’under-reporting e all’under-recording, soprattutto in Italia. Pertanto i dati ufficiali disponibili riescono a fotografare e restituire solo un segmento estremamente parziale del fenomeno. Inoltre, i dati disponibili sulle discriminazioni e sui crimini d’odio, raccolti sia da fonti istituzionali che da associazioni e ong, risultano spesso frammentari e difficilmente comparabili.

    2 Tali dati dell’Unar sono stati disseminati a Milano durante una conferenza stampa il 3 marzo 2014 e sono stati riportati da Andrisani (2014) nel Terzo libro bianco sul razzismo in Italia, a cura di Lunaria.

    3 Cfr. “Immigrati, l'incitazione all'odio è on line: 700 episodi di razzismo sui social nel 2014”, Redattore Sociale, 24 aprile 2015, disponibile in:

    http://www.redattoresociale.it/Notiziario/Articolo/482471/Immigrati-l-incitazione-all-odio-e-on-line-700-episodi-di-razzismo-sui-social-nel-2014.



    4 Cfr. “Razzismo, OSCAD: il 55% delle discriminazioni avviene per motivi razziali”, comunicato del sindacato UIL, 15 gennaio 2014, disponibile in: http://www.uil.it/immigrazione/newssx.asp?id_news=2730.

    5 Indagine presentata da un network di associazioni italiane (fra cui Associazione 21luglio, Associazione Carta di Roma, Lunaria e ASGI) nell’ambito della thematic discussion del Comitato per l’eliminazione della discriminazione razziale delle Nazioni Unite (CERD) in materia di incitamento all’odio razzista.

    6 Cfr. “Web e antisemitismo: un connubio sempre più pericoloso”, Mosaico Informazione e cultura ebraica, 24 novembre 2011, disponibile in: http://www.mosaico-cem.it/articoli/web-e-antisemitismo-un-connubio-sempre-piu-pericoloso.


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