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    55° Convegno Giovani

    Cittadella di Assisi

    28 dicembre 2000


    Nella rete della società dell’informazione.
    Andrea Tomasi.

    Premessa: Internet tra globalizzazione e frammentazione, tra tecnologia e cultura.
    Una immagine che ben descrive la realtà di Internet oggi è quella della ragnatela, non solo perché fisicamente la rete delle reti è diventata di dimensioni mondiali, ma anche perché Internet è diventato un termine con una estensione di significato pressoché onnicomprensiva, spaziando dagli aspetti tecnologici ai contenuti culturali, dal valore industriale ed economico agli effetti sociali. Come la ragnatela ci può affascinare il fino teso tra due rami, scintillante della luce riflessa del sole, imperlato di rugiada, o ci può infastidire, quando il velo setoso ci si invischia sul volto. Ma se c’è, se il ragno ha tessuto la sua tela, dobbiamo tenerne conto, non la possiamo ignorare.

    Internet sta diventando il paradigma dei due fenomeni forse più appariscenti di questo inizio di millennio: la globalizzazione e la frammentazione. C’è una corrispondenza evidente tra Internet e globalizzazione, perché la dimensione mondiale dei fenomeni economici e sociali oggi si esprime anche, e forse soprattutto, attraverso questa ragnatela di computer interconnessi che coprono tutto il mondo. Però mi sembra si possa vedere anche una affinità tra Internet e la frammentarietà, non solo perché la grande complessità del fenomeno Internet (infrastruttura di telecomunicazioni, interconnessione di computer, programmi di funzionamento, applicazioni e servizi, contenuti informativi) in qualche modo porta ad analizzarne di volta in volta singoli aspetti, ma anche perché l’utilizzatore di Internet è l’individuo singolo, il posto di lavoro di tipo personale e ciò credo porti facilmente a fare esperienze parziali e parcellizzate, sotto l’apparenza di una interazione estensiva o globale nello spazio (con gli interlocutori di tutto il mondo) e nel tempo (“navigare” è una attività estremamente dispersiva, che occupa tempi prolungati).

    Credo sia interessante leggere i periodi della storia mettendo in parallelo, quasi come una trama di tessuti sovrapposti, le conquiste del pensiero umano, sul piano delle conoscenze filosofiche, della capacità di modellare gli ordinamenti civili e giuridici, ed anche i prodotti del sapere scientifico, l’acquisizione di conoscenze sulle leggi della realtà e la realizzazione di strumenti applicati per modificare le cose. E’ tipico dei prodotti tecnologici svolgere questo ruolo, perché la tecnologia è contemporaneamente l’effetto di un contesto storico e culturale e il motore di nuovi fenomeni, cosicché i due aspetti (lo strumento e l’ambiente) si illuminano ed influenzano a vicenda.

    E’ avvenuto in parte per altri oggetti della tecnologia, che hanno segnato un’epoca: si pensi alla ruota, alla stampa, alla macchina a vapore, all’elettricità, al telefono, alla radio e alla televisione. In tempi più recenti abbiamo ben presente l’effetto sull’organizzazione del lavoro e sui fenomeni sociali indotto dal personal computer a partire dagli anni ’80.

    Un fenomeno dello stesso tipo si sta verificando anche con Internet, enfatizzato dal fatto che in questi ultimi cinquant’anni i progressi della scienza e della tecnologia hanno subito una accelerazione continua e un processo di industrializzazione e diffusione che rendono oggi i fenomeni tecnologici estremamente complessi.

    Da questo punto di vista è forse insufficiente affermare che la tecnologia è neutra, ed il suo valore è determinato dall’uso che se ne fa, se non si riflette allo stesso tempo anche sul significato dell’esistenza stessa degli oggetti tecnologici, e non si considera tra le opzioni possibili anche quella di non usare gli strumenti disponibili: perché gli strumenti nascono per essere usati, si diffondono perché usati in un certo modo, generalmente coerenti con le necessità e le intenzioni di chi li ha prodotti, ma anche, nel caso di strumenti complessi, talvolta sfuggendo ad un controllo predeterminato, ad una certezza di finalità. Forse è più pertinente parlare di ambiguità della tecnologia, di ambivalenza degli strumenti; nel caso di Internet cercheremo di metterne in evidenza alcuni aspetti.

    Io penso che le tecnologie evolute, le tecnologie complesse, richiedano riflessioni capaci di andare oltre il livello puramente strumentale, mobilitando energie di razionalità, sulla base di competenze qualificate, ma anche di eticità, come attenzione e responsabilità nei confronti del valore primario che è l’uomo, produttore, utilizzatore e destinatario della tecnologia, se si vogliono evitare discorsi generici o fantasie avveniristiche, sia di segno ottimistico che pessimistico.

    Se ci soffermiamo con la memoria su alcuni episodi emblematici (si pensi al luddismo degli inizi dell’800 o ai contemporanei “unabomber” e “hackers”, ma anche alla misteriosa vicenda di Ettore Maiorana, o al drammatico suicidio di Alan Turing), e se approfondiamo alcuni testi significativi dei “guru” dell’informatica e delle telecomunicazioni, forse possiamo comprendere come questi accenni non siano del tutto fuori luogo, nell’inquadrare un discorso su Internet. Si pensi in particolare a come le odierne tecnologie avanzate (ingegneria genetica, nanoelettronica, biomeccanica) siano interdipendenti molto più di quanto lo fossero le tecnologie del ‘900 (elettronica, nucleare, biologica e chimica) e quanto siano labili e incontrollati oggi i confini tra utilizzo delle tecnologie a fini commerciali leciti o illegali, per scopi civili o militari.


    Fatta l’ampia premessa, alcuni punti di approfondimento, per dare una cornice e qualche pennellata su un quadro che altri poi completeranno:

    • cosa è Internet come infrastruttura, utilizzata come strumento di organizzazione e di comunicazione;

    • come mai è divenuta un fenomeno “planetario”;

    • quali problemi si presentano, sul piano culturale, sociale e legislativo.

    Dato che Internet è sotto gli occhi di tutti, siamo in un certo senso obbligati a selezionare gli argomenti su cui soffermarci, ma cercheremo di affrontarli comunque in una visione d’insieme.




    Internet e intranet: strumenti di organizzazione e di comunicazione, tra ricerca scientifica, industria e mercato.

    Internet esiste come tecnologia da circa quarant’anni. Fin dagli anni ’60 erano stati definiti gli elementi base necessari: la struttura di rete, i protocolli di comunicazione, e le tecniche di codifica delle informazioni. La prima rete, denominata ARPANET perché inserita nelle attività di una Agenzia governativa degli Stati Uniti (ARPA= Advanced Research Projects Agency) nasce nel 1969 e connette 4 calcolatori (tre in California e uno in Utah), che diventano 23 nel 1971. Nel 1973 si estende con le prime connessioni internazionali verso Inghilterra e Norvegia e nel 1980 raggiunge circa 200 nodi. Negli anni ’80 nascono quattro grandi reti che collegano enti di ricerca e università: USENET (Unix user Network), BITNET (Because It’s Time Network), CSNET (Computer Science Network) e NSFNet (National Science Foundation) che presto connette tutte le università americane. Alla fine degli anni ’80 Arpanet prende il nome di INTERNET: a questo punto collega 5000 reti, in 26 Paesi, con 300.000 calcolatori connessi. Attorno ad essa ruotano gli interessi dell’industria statunitense, che proprio in quegli anni affronta alcuni grandi progetti (lo “scudo stellare”) e mette in campo notevoli investimenti su nuovi linguaggi per la produzione del software (ADA) per controbattere la corsa tecnologica del Giappone (i computer di quinta generazione).



    La rete delle reti è stata fino a pochi anni fa un fenomeno limitato, ristretto alla cerchia dei laboratori universitari e di ricerca. L’uso delle risorse, in tale ambito, appariva gratuito (gli utenti non sostenevano direttamente i costi degli strumenti) e libero (in ambiente no-profit, non era giustificato il costo di realizzazione di restrizioni e controlli). Erano comunque già presenti i punti di forza che condurranno in breve alla diffusione che oggi conosciamo: la sempre maggior diffusione di reti locali di computer, con modelli di funzionamento basati sulla connettività e la “scalabilità”, la diffusione dei computer di tipo personale (da poche centinaia di migliaia all’inizio degli anni ’80, si passa a qualche milione di computer installati alla fine degli anni ’80 e agli attuali centinaia di milioni nel mondo), la capacità della struttura di interconnessione di mettere in comunicazione fino a milioni di utenti (nodi) con prestazioni accettabili.
    Negli anni ’90 si constatano alcune significative evoluzioni:

    • nel mondo delle aziende ci si indirizza verso una organizzazione a rete (sia per l’organizzazione interna, tra i vari dipartimenti/reparti, sia nei confronti degli interlocutori esterni, clienti/fornitori) che richiede interazioni e comunicazioni; i servizi informatici subiscono procedimenti di out-sourcing (la gestione è affidata a realtà esterne) che richiedono anch’essi flussi informativi da e verso l’esterno; l’impatto sulla struttura dell’organizzazione aziendale è notevole e introduce nuovi modelli nel fare impresa; si cominciano a introdurre forme di e-commerce (dapprima rendendo disponibili informazioni sui cataloghi dei prodotti e l’elenco dei servizi offerti, poi aumentando il grado di interattività e permettendo l’acquisto a distanza); oggi si stima che le aziende che non sono presenti sulla rete si precludano opportunità allo stesso modo che se fossero prive di telefono;

    • il mondo produttivo dell’elettronica e delle telecomunicazioni progredisce ulteriormente dal punto di vista delle prestazioni offerte; le connessioni offrono canali di comunicazione a distanza che permettono traffico sempre più elevato per numero di messaggi e quantità di informazioni trasferite; i costi di struttura si riducono in percentuale sul traffico e le tariffe possono di conseguenza subire drastiche riduzioni, che incentivano l’utenza. Si può constatare quanto diventi sempre più verosimile la conclusione del paradosso che mette a confronto l’industria informatica e quella dell’automobile: se i miglioramenti delle prestazioni nei due settori fossero proceduti di pari passo, una Rolls Royce costerebbe oggi 5000 lire e farebbe 800 mila chilometri con un litro di benzina.

    • l’industria informatica si orienta verso nuovi prodotti, più adatti alla connettività e all’interazione (applicazioni basate su modelli client-server, interfacce verso l’utente orientate all’accesso a basi di dati e alla navigazione in rete, strumenti di produzione del software basati su modelli ad oggetti e sempre più rispondenti a requisiti di portabilità e mobilità), e si mette in grado di creare nuovi mercati in nuove aree di affari; la stessa distribuzione del software, tradizionalmente punto debole nel rilascio di aggiornamenti e nuove versioni corrette dei programmi, avviene sempre più attraverso la comunicazione in rete;

    • Internet si caratterizza sempre più come “contenitore” di conoscenze piuttosto che come strumento di connessione/comunicazione, di conseguenza l’attenzione si sposta sui modelli e sul linguaggio per la comunicazione e sull’organizzazione della nuova industria editoriale.

    Come spesso accade per gli strumenti tecnologici, non appena si sono verificate alcune condizioni favorevoli, l’evoluzione è divenuta rapidissima. Le condizioni sono state le esigenze delle aziende, la spinta di incentivi produttivi ed economici, soprattutto nel mercato statunitense. Internet si diffonde pertanto impregnata di criteri fortemente dipendenti dal mercato (fino ad assumere aspetti tipici del “supermercato”, come diceva Gianluca Nicoletti proprio qui alla Cittadella di Assisi nel marzo scorso, al Convegno promosso dal Servizio Informatico, dall’ Ufficio Comunicazioni Sociali e dall’ Ufficio Beni Culturali della C.E.I.), con una radice e una ricaduta notevoli di tipo economico e industriale.


    Per dare una dimensione al fenomeno, citiamo qualche dato, tenendo conto di due osservazioni:

    • solo i dati risultanti da indagini di organizzazioni serie, su periodi passati, possono essere considerati attendibili, ma sono anche in continua (e talvolta tumultuosa) evoluzione;

    • molto spesso le previsioni circolanti sugli sviluppi futuri sono deformate dalle intenzioni e dalle aspettative di chi elabora i dati.

    MERCATO


    ITALIA 1999




    totale

    100 mila




    Tot. tlc

    65 mila

    Tot. informatica

    35 mila








    Valore e-commerce




    0,1 % del totale vendite (Europa 0,25; USA 11,2)

    Transazioni finanziarie




    Centinaia di miliardi al giorno su un solo operatore

    I dati sopra riportati fanno notare quale sia il peso dell’utilizzo di Internet rispetto al valore della tecnologia usata. L’eccesso di sbilanciamento verso le attività finanziarie probabilmente sconta anche il peso delle manovre speculative, e delle transazioni illecite.

    Negli Stati Uniti, tra il 1998 e il 1999, la cosiddetta Internet Economy ha raggiunto il numero di 2,5 milioni di occupati, creando 650mila nuovi posti di lavoro, con un aumento del 36% e con un tasso di crescita del fatturato delle aziende del settore dell’11% (circa tre volte maggiore di quello globale dell’economia nello stesso periodo).

    Gli addetti nel settore sono in Italia 1.250.000 (tasso di crescita 2,5% anno negli ultimi tre anni). Si stima manchino attualmente, rispetto alle richieste, 110 mila persone (nelle 13 professionalità identificate). La situazione è critica anche a livello europeo (mancano 1 milione e mezzo di persone) e negli Stati Uniti (circa 800 mila) e rappresenta attualmente un fattore che frena lo sviluppo.

    Si può notare che d’altra parte questa situazione favorisce alcune aree dei Paesi non industrializzati, che possono offrire competenze qualificate, come nel caso dell’India, favorita dalla conoscenza della lingua inglese e, secondo alcuni osservatori, anche dalla cultura bramina, educata al sanscrito e capace di astrazione. Se si considera che la programmazione, la scrittura di programmi, è basata su termini simbolici e manipola oggetti astratti, si può comprendere quanto le qualità dei tecnici indiani si avvicinino alle competenze necessarie (e forse anche quanto le nostre scuole stiano andando nella direzione opposta).

    Un dato significativo riguarda anche il telelavoro: le persone coinvolte nel mondo del lavoro in questa forma sono nel mondo 39 milioni, con un tasso di crescita annuo del 9% ma con prevalenza dell’America Latina, con 8 milioni di telelavoratori e un tasso di incremento del 28%, mentre in Europa sono 3,7 milioni con un tasso di crescita previsto del 21%. La stima per il 2004 prevede 55 milioni di occupati, di cui il 34% da postazioni mobili e il 31% da posti di lavoro fissi.




    UTENTI domestici


    ITALIA

    NOTE

    Internet

    9 milioni

    Indagine a campione (21,3 % sul campione)

    Per fasce di età: < 35 anni (35%); > 35 anni (20%); anziani (5%)



    Totale mondiale

    304 milioni

    Stima marzo 2000

    Le pagine Web hanno raggiunto nel mondo la cifra di oltre 2 miliardi, di cui l’84% realizzato negli Stati Uniti. Gli accessi dei portali più frequentati documentano milioni di pagine movimentate. Al di là della affidabilità del dato, si può notare che in Internet sono previsti e messi in atto meccanismi per mantenere traccia dei percorsi attraversati dagli utenti nella navigazione. Tecnologicamente è possibile, anche se costoso, il controllo delle operazioni in rete.


    Alcune note finali.

    Il mondo di Internet viaggia a tre velocità: gli Stati Uniti, per investimenti, produzione di strumenti ed utilizzo (in tutti gli ambiti, dal commercio elettronico all’intrattenimento, dall’educazione a distanza alle comunità virtuali) sono una vera e propria locomotiva.

    L’ Europa segue con qualche affanno, condiviso anche dall’altra grande potenza industriale giapponese. Fattori frenanti rispetto agli Stati Uniti sono la differenza infrastrutturale e tecnologica, la minore quantità di investimenti e i vincoli legislativi. In sei mesi gli Stati Uniti hanno disciplinato tariffe e disciplina dell’IVA per l’accesso alla rete e le attività di commercio elettronico. Una analoga normativa richiede a livello europeo circa due anni per le decisioni legislative ed altri due per l’attuazione nei singoli stati. Per non confrontare, nei due casi, le normative che disciplinano il lavoro.

    Il resto del mondo è quasi assente, in parte per endemica mancanza di risorse economiche e per la conseguente inesistenza di infrastrutture, in parte per le differenze linguistiche e ancora, in vaste aree, per l’analfabetismo. Le condizioni di partenza per usufruire della rete non sono le stesse che nelle aree ricche e industrializzate del mondo. Basti pensare che l’accesso ad Internet costa in media l’1% del proprio reddito a chi vive negli Stati Uniti, tra il 10 e il 15% in Messico e il 75% in Etiopia.

    Il crearsi di un troppo evidente divario tra mondo tecnologizzato e resto del pianeta, con potenziale esplosivo dal punto di vista sociale e con limitazioni sulla possibilità di espansione del mercato rappresenta il problema maggiormente posto all’attenzione recente dei Paesi industrializzati. Pochi mesi fa un vertice del G8 ha stilato la Carta di Okinawa, per proporre la diffusione di Internet in tutto il mondo, contando sugli sviluppi della tecnologia satellitare, della telefonia mobile e dell’integrazione tra computer e apparecchi televisivi come supporto per la connettività. Con gli stessi intenti il MediaLab del MIT e l’università di Harvard promuovono un programma denominato Digital Nations.

    Le potenzialità positive sono viste soprattutto nell’area dell’educazione a distanza, considerata come premessa per la crescita di condizioni favorevoli allo sviluppo economico e alla diffusione della tecnologia.



    Internet. Problemi aperti in forma di paradosso.
    L’utilizzo della rete presenta alcune problematicità, che esprimeremo in forma di paradosso cercando di illuminarne le ambivalenze.

    1. Internet gratis. Si può formulare in tre modi complementari.

    Chi paga ?

    Internet è il risultato di attività industriali che hanno un rilievo economico, i prodotti e i servizi di Internet presentano dei costi di realizzazione che devono trovare una contropartita. Fino ad ora si è innescata una catena che fornisce molti servizi gratuitamente e incentiva l’uso della rete legando il numero degli accessi con una rendita pubblicitaria e con una valorizzazione in borsa delle azioni dell’azienda erogatrice dei servizi. Si è così prodotta una sorta di economia virtuale, che non può alimentarsi all’infinito. Ad un certo punto (e si colgono già segnali in questa direzione) si ritornerà inevitabilmente al principio che paga chi vuole ottenere una prestazione, ed allora l’importanza di Internet si accentrerà sulla qualità dei contenuti (cioè sulla sostanza e sulla forma o linguaggio) di ciò che Internet permette di comunicare. Già adesso il problema si pone, se solo lo 0,01% del contenuto della rete interessa al generico utente (mentre le pagine aumentano vertiginosamente di numero, la significatività scende di un fattore dieci in pochi mesi).

    Quando sarà evidente che i costi di Internet sono pagati dagli utenti, ci si potrà chiedere:

    Chi guadagna?

    Dato che si verificherà spesso che chi vende Internet proporrà contenuti che non gli appartengono. Internet è il veicolo principale che mette in circolo le conoscenze; nell’era della conoscenza il valore delle cose non sta nella proprietà, ma nella fruibilità. Certo va trovato un equilibrio (giuridico ed economico) tra il diritto di chi è proprietario di un bene e il diritto di trasmetterne e di acquisirne le conoscenze.

    Nello svolgersi su Internet di transazioni che hanno rilievo economico, con prezzi di costo e di acquisto, occorre chiedersi:

    Chi tassa ?

    Cioè chi esercita il diritto di riscuotere con le tasse un prezzo a favore della collettività, esercitando una redistribuzione della ricchezza prodotta? Il problema credo stia assumendo proporzioni vistose nell’area delle operazioni finanziarie on-line, tanto che il premio Nobel Tobin ha proposto una tassa su di esse. Anche le iniziative annunciate dalla Carta di Okinawa suggeriscono una tassa da applicare ad ogni byte trasferito in rete, per finanziare gli interventi nelle aree non sviluppate del pianeta. Ma quale autorità deve applicare la tassa, se gli utenti accedono a servizi prodotti da aziende in altre parti del mondo ed ospitati da fornitori su server dislocati in chissà quale altro Paese?

    Si giunge così al secondo paradosso.


    1. Il paradosso di Internet democratica.

    Si sostiene spesso che Internet rappresenta uno strumento tecnologico che offre opportunità a basso costo, e quindi facilmente accessibile. Abbiamo già visto che non è vero a livello mondiale (l’ 88% degli utenti di Internet appartiene alle classi colte dei Paesi industrializzati), ma occorre notare che neppure negli Stati Uniti è così: il quarto di popolazione più abbiente utilizza Internet per l’83%, mentre solo il 35% (!!) del quarto di popolazione più povero usa la rete.

    Se non è per tutti, si può supporre che la democraticità di Internet stia nella sua pariteticità: nella rete tutti gli utenti sono sullo stesso piano. In realtà neppure questo è vero, perché la tecnologia informatica è per sua natura selettiva. Si può affermare che essa aiuta chi sa, a fare meglio quel che sa. In altre parole, anche per Internet si constata la necessità di un bagaglio minimo di competenze, senza le quali non si riescono a sfruttare le potenzialità dello strumento.

    Forse allora Internet è democratica perché non ci sono luoghi di controllo, ognuno ha gli stessi diritti e doveri. Certo Internet tende a rafforzare l’individualismo; in questo senso Internet rischia di scivolare facilmente verso chine di totale anarchia, nei soli limiti fissati dal mezzo tecnologico. Ma questa accezione è entrata in crisi da quando la rete ospita attività criminali incontrollate, purtroppo ben presenti all’attenzione di tutti i giorni (speculazioni finanziarie e riciclaggio di proventi criminosi, pedofilia, incitamento alla violenza xenofoba e razzista, diffusione di virus digitali e danneggiamento delle risorse in rete). Come controllare e reprimere, senza rinunciare agli spazi di individualismo soggettivo ? E d’altra parte, come già accennato, lo strumento tecnico già adesso viola la privacy dei navigatori mantenendo traccia dei siti visitati, delle pagine a cui si fa accesso, dei tempi di permanenza, mentre peraltro si considera con indulgenza, spesso, l’abuso della proprietà intellettuale altrui in nome del diritto alla conoscenza, o la violazione piratesca considerata quasi una forma di riscatto dell’individuo nei confronti dell’organizzazione, quale essa sia. Forse si può concludere che Internet non è democratica, perché non tutela positivamente i diritti e non garantisce il rispetto dei doveri.

    La ricerca di nuovi modelli.
    Di fronte ai problemi esposti, rischiano di essere insufficienti le posizioni mutuate dalle due “anime” costitutive di Internet, quella della logica di mercato e quella originaria degli ambienti accademici e di ricerca. La composizione delle due ispirazioni, tra anarchia e mercato, e la ricerca di equilibri sulla base di interessi o ideali ritengo sia però ancora inadeguata rispetto alle necessità.

    Si vedono tuttavia emergere modelli alternativi. Sempre più spesso capita di incontrare esperti ed operatori del settore che avvertono acutamente la necessità di un insieme di regole condivise, e l’esigenza di entità che ne impongano il rispetto.

    Sempre più diffusamente le persone in rete si aggregano in quelle forme di “comunità virtuali” che superano l’individualismo per mettere in comune interessi, spazi di comunicazione, tempo. Si viene a costituire quella che Derrick De Kerchove chiama “intelligenza connettiva”, che è il risultato di una interazione cooperativa in rete e che riceve un maggior valore dal contributo di tutti, rispetto alla semplice somma delle singole conoscenze.

    Se attraverso la rete, utilizzando la rete, l’individualismo scopre il senso di una responsabilità e il mercato si apre al principio della solidarietà, la rete può diventare potente strumento di crescita dell’uomo sulla Terra.

    E’ un processo evolutivo altamente auspicabile, ma che non si può realizzare senza lo sforzo di una riflessione etica, di un impegno culturale che incida sulla mentalità. Probabilmente occorre assumere un riferimento forte ad un quadro di valori, partire dalla coscienza delle proprie radici di uomini, della propria storia e della propria identità.

    E si impone infine, la domanda prima ed ultima: su quale fondamento appoggiare la costruzione? Quali basi dare ad un umanesimo tecnologico che sappia usare la tecnologia fino a dove essa è al servizio dell’uomo, e non viceversa?


    Questo tema dischiuderebbe riflessioni che non rientrano nel nostro compito odierno. In questo luogo, in prossimità del Natale, al termine di un anno di Grazia vissuto nella celebrazione del Giubileo, può essere però facile per ognuno di noi, metterci di fronte al Bambino e guardarlo per trovare una risposta.

    Ma per tradurre tale risposta in linguaggio per il nostro tempo, per lo strumento nuovo che è Internet, trovo non inutile andare con la mente a due episodi, metterli a confronto tra loro e trarne criteri di ispirazione per scegliere e per operare: la Babele in cui gli uomini, che pur parlavano una stessa lingua, non si comprendevano e la Pentecoste, in cui ognuno parlava lingue diverse e si comprendevano perfettamente.




    A. Tomasi pag.


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